martedì 7 ottobre 2008

Una vacanza ascetica

Questa sera moltitudini di persone nel mondo scruteranno il cielo per attendere la comparsa della luna. L’apparire del primo spicchio luminoso di luna sarà il segnale della fine del Ramadan, e tutti i musulmani osservanti si recheranno nelle loro case per rompere il digiuno diurno. La mia conoscenza diretta della pratica del Ramadam risale al settembre di alcuni anni fa. Mi trovavo a Luxor, Egitto, a due giorni dall’inizio del mese sacro. 48 ore prima al Cairo il mio conoscente-habibi Emad, gran patron del quartiere di Gizeh, mi aveva prestato le chiavi del suo appartamento di Luxor. Erano solo due stanze più servizi, ma il loro decoro, così mi assicurava Emad, era prova della stima ch'egli aveva per me, suo 'habibi' italiano. Emad apparteva ad una influente famiglia di Gizeh, amava l'Italia e la sua gente, in passato si era recato a Perugia per studiare la lingua e al suo ritorno si vantava di averla imparata. Emad dormiva di giorno e viveva di notte. Al calare della sera usciva di casa e, in compagnia di altri maggiorenti di Gizeh, visitava le case di altre famiglie ’buone’ del Cairo. Il mio habibi egiziano aveva 35 anni, non praticava alcuna attività, tranne quella delle sue uscite notturne, e pesava duecento libbre. Su di un foglietto mi aveva vergato un indirizzo di Luxor, ed ora, entrato nell’appartamento al terzo piano di una palazzina nel quartiere di Karnak, mi guardavo intorno stupito. Gli ambienti erano maleodoranti, gli intonaci scrostati, il rubinetto della vasca del bagno perdeva, in cucina toccai un mobile e dagli interstizi uscirono tanti piccoli scarafaggi appena nati. Il secondo giorno di permanenza cominciò il Ramadan. Quella mattina uscii di casa e attesi un taxi collettivo ai bordi della strada lungo il Nilo che conduce al centro di Luxor. Il grande complesso dei templi di Karnak si trovava poco più all’interno oltre la strada, a meno di 1 km dalla palazzina dove abitavo. I marciapiedi, la strada, i dintorni erano semideserti, il Ramadan aveva trasformato la periferia di Luxor in un villaggio fantasma. Vicino alla fermata dei taxi vidi un grosso carro agricolo al quale l’animale da tiro era stato sciolto. Accovacciati sul carro c’erano 4 o 5 persone, forse agricoltori, chine intorno a qualcosa all’interno del carro. Mi avvicinai e vidi che stavano mangiando a 4 palmenti dischi di pane piatto, tagine, ‘fuul’ (fagioli lessati). Si ingozzavano letteralmente, mangiando in fretta come rifugiati. Erano le otto del mattino, erano fuori tempo massimo e il digiuno ufficiale era già cominciato all’alba!! Mi recai al centro di Luxor, visitai il tempio di Amon Ra, il porto fluviale, la piazza del mercato, entrai negli splendidi hotel turistici...Avevo cominciato il mio soggiorno di puro relax. Il Ramadan era generalmente osservato, la gente digiunava di giorno, ma con il calare del sole là dentro, nelle case, si mangiava, si beveva e si fumavano sigarette. Dopo avere visitato il tempio di Hatchepsut e la valle dei re dall’altra parte dl Nilo, con il passare dei giorni cominciai a voler fare altre esperienze. Una domenica un conoscente mi suggerì: ‘perché non vai alla tua ‘Kanisza'/chiesa, e parli con il tuo sant’uomo. Era una buona idea, così cominciai a cercare la chiesa cattolica. In Luxor ci sono molte chiese cristiane, e la prima che visitai fu una chiesa ortodossa. L’ingresso era sorvegliato da due soldati armati di kalashnikov, dall’interno proveniva un clamore di suoni e di voci. Mi trovai nel bel mezzo di una celebrazione, la navata era piena di gente che salmodiava e pregava, dall’altare si levavano volute d’incenso, alle pareti campeggiavano icone del Redentore e dei santi. Sembrava di essere a Bisanzio. Poi visitai una chiesa copta e una protestante, e alla fine approdai a quella cattolica. Gli ingressi di tutte queste chiese erano sorvegliati da militari armati. Nella chiesa cattolica la Messa era finita da un pezzo, ma sul sagrato si era radunata una compagnia chiassosa di persone di tutte le età. Ben presto si presentò il parroco, che parlava bene l’italiano, fui invitato nel suo studio, ci fu una lunga chiacchierata. Ad un certo punto, di botto, il parroco mi chiese se ero sposato, poi aggiunse che nella sua parrocchia c’erano molte signore... ma non finì la frase. Poco dopo, tornato sul sagrato, mi si presentò Aicha, una signora matura, che vestiva un tailleur, aveva una lunga chioma nera sciolta, parlava anche lei una specie d’italiano. Aicha aveva un carattere festoso, era incantata di parlare con me per sgranchirsi la grammatica italiana, mi spiegò che avrebbe voluto mostrarmi Luxor, invitarmi a casa sua e farmi conoscere suo marito. Andammo a casa sua e feci conoscenza con marito e figli. Più tardi Aicha mi chiese se, visto che non ero ammogliato, fossi interessato a fare conoscenza di una signora cristiana da sposare. Gulp. Aicha mi era stata inviata dal parroco! Non mi sto a dilungare nelle elucubrazioni che mi cominciarono in testa. Due ondate enormi s'infrangevano una contro l'altra, una era l’assurdità della proposta di Aicha, l'altra la mia curiosità. Avevo la mente era in burrasca. Dissi ad Aicha che ero interessato fare conoscenza di questa persona, ma senza impegno! Aicha parlò brevemente con il marito, poi uscimmo e con un taxi ci recammo in un sobborgo strapelato di Luxor, salimmo a piedi i tre piani di una palazzina non finita e Aicha bussò ad una porta. Aprì una signora ancora giovane, dalla pelle bianchissima. Ci sedemmo in soggiorno, Aicha le parlò con garbo. Fatma, questo era il nome della donna, parlava solo arabo, la sua famiglia era cristiana da generazioni, era vedova, viveva da sola e sbarcava il lunario per sé e per il figlio come meglio poteva. Il viso di Fatma aveva lineamenti delicati e occhi grigi che ogni tanto mandavano bagliori. Fatma era una bellezza. Dentro di me una vocina sussurrava: scappa, corri a gambe levate, saluta tutti e vai ad Aswan, fatti un bagno nel lago Nasser, rinsavisci. Ci congedammo da Fatma e ricordo che, scendendo le scale di quella palazzina sordida, mi venne in mente la battuta di un film di Woody Allen: ‘...l’amo perdutamente, per averla venderei mia madre ai beduini.’ Salutai anche Aicha, presi un taxi collettivo per tornare all’appartamento di Karnak. Addio Fatma, occhi di gazzella. Il giorno dopo, lunedì, sentii che ne avevo abbastanza di gente che digiunava di giorno e mangiava di notte, di chiese sorvegliate da militari, di matrimoni combinati in 15 minuti. Volevo cambiare aria, così decisi di tornare a visitare il complesso dei templi di Karnak, che del resto era forse a soli 800 m da dove abitavo. Oltre all’immenso colonnato interno, vera foresta di pilastri mastodontici, c’era qualcosa che mi aveva colpito e che volevo rivedere. Giunsi di fronte alla grande muraglia di mattoni di fango che circonda i templi, varcai l’ingresso e mi fermai a contemplare ancora una volta la grande figura del faraone Ramses III intagliata sulla parete a piramide tronca dell’ingresso. Il faraone è ritratto come un essere sovrumano che si libra a mezz’aria nel pieno di una battaglia. Con la sua mano sinistra afferra un nemico minuscolo ranicchiato ai suoi piedi, il suo braccio destro è levato in alto e sta per calare un fendente sull’avversario. Osservai l'immagine con l’aria che doveva avere John Keats di fronte alla sua urna greca. L’atto di colpire del faraone era imprigionato in eterno nella incisione della pietra. Il faraone sembrava volermi impartire un insegnamento che nasceva nella notte dei tempi, tanto tempo prima di tutti i monoteismi conosciuti. La divinità in cielo era il sole, il dio in terra era il faraone, per le debolezze del mondo e degli uomini (e delle donne) la cura più efficace era un vigoroso colpo di maglio, di quelli che tolgono di mezzo tutte le molestie.

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