martedì 7 ottobre 2008

Bali

che ci siano dei limiti alle capacità di integrazione di un viaggiatore in paesi che hanno usi e costumi diversi è un fatto che non tutti ammettono. Si ha un bel dire ‘quando sei a Roma etc’ ma anche con la migliore buona volontà questo non è possibile. In Bali, isola dell’arcipelago indonesiano situata fra Giava e Lombok, gli usi e costumi dei suoi abitanti sono originali e diversi anche rispetto al resto dell’Indonesia. La religione è la versione balinese dell’induismo importato nel paese in epoche lontane e poi emarginato dalla religione musulmana. Bali è l’isola delle danze delle fanciulle sacre, degli uomini che rievocano la pantomima di Hanumam, il dio-scimmia, dei templi sormontati da un portale a due strutture sinuose ai lati e rettilinee al centro. Il questo interstizio simbolo del passaggio dall’umano al divino sacerdoti e dragoni fanno la loro comparsa e prendono a danzare al ritmo di strumenti a percussione che hanno sonorità metalliche e arcane. Bali è sede del monte Agung, che a suo volta è sede dell’Olimpo Hindu e dimora di una fitta schiera di dei, semidei e demiurghi di vario genere. Il monte, ex vulcano spento, è sacro, le sorgenti che sgorgano dalle sue pendici sono sacre, come lo sono le risaie che le acque inondano, la vegetazione che ammanta le colline, e tutta la cosmologia che da vulcano, acque, terra e piante gli abitanti di Bali hanno derivato. In Bali tutto è sacro, il visitatore deve essere quindi avvisato che difficilmente riuscirà a vedere, toccare, calpestare, udire o anche solo odorare luoghi, persone, oggetti, immagini e simboli che non siano invariabilmente sacri. La festa di suoni, colori e aromi stordisce e incanta chi non l’ha mai vista e le meraviglie dell’isola non smettono di provocare, da trent'anni a questa parte, una fiumana di turismo barbaro che minaccia di ridicolizzare il tutto. All’interno dell’isola si trova il villaggio degli artisti di Ubud, dove ogni giorno si ascoltano i cimbali che accompagnano i frequenti riti, le processioni sacre, i matrimoni e i funerali. In Ubud io stavo soggiornando da un paio di settimane ed il fatto che lo riporti qui è pretesto per la narrazione del banale anneddoto che segue. In Ubud durante il giorno seguivo i riti e le processioni che riuscivo a rintracciare, di notte al tempio non avevo altri occhi e orecchie se non per le danze sacre delle fanciulle dalle dita che si muovono come petali e degli uomini che evocano il dio-scimmia. Ubud era diventata la mia fissazione ed anche una pericolosa assuefazione dei sensi e del cervello. Fu così che un giorno decisi di visitare il resto dell’isola e per primo il monte sacro Agung. Noleggiai un jippino Suzuki perché l’idea del veicolo tuttoterreno faceva scattare il riflesso condizionato dell’avventura da brivido. Rimasi deluso quando esaminando la scocca da sotto notai con sorpresa che mancava il treno anteriore, in altre parole la trazione era solo posteriore. Il noleggiatore mi spiegò che quel modello è importato in Indonesia di serie con la sola trazione posteriore. Mi sembrò una trovata leggermente da bidone, ma tant’è, Bali non è l’Africa e le sue strade sterrate sono facilmente percorribili. Partii e in giornata arrivai in vista del monte Agung. Mi trovai così a contemplare un cono scuro e austero che si stagliava sul cielo dell’orizzonte settentrionale dell’isola. La vista era impressionante, e a questa sensazione contribuiva certo il sapere che lassù abitavano gli dei. Ripensai all’allegro pantheon Hindu e alla sua immagine riprodotta ovunque nella iconografia classica di questa religione. Il dio Shiva è in primo piano, la sua pelle è blu, ha anelli alle caviglie e bracciali ai polsi, il capo è riccamente adornato. Shiva ha un aspetto femmineo, suona un flauto traverso mentre una dea a lui subordinata lo osserva con rapimento. Una folta schiera di altri dei, tra cui Parvati, circonda premurosa e sorridente Shiva, il dio di tutti gli dei. Ai suoi piedi è accovacciato Hanuman, il dio-scimmia, la testa levata in alto con devozione. Nella mia barbarie agnostica ho sempre associato la figura di Shiva a quella di un playboy circondato da uno stuolo di conigliette...
Terminata la contemplazione del monte Agung mi diressi ad un locale dove servivano cibo balinese, mi sedetti e dopo qualche minuto mi portarono un piatto a base di riso. Mentre mangiavo, un uomo seduto al bar girò il suo sgabello verso le tavole del ristorante e cominciò a discorrere con altri commensali che stavano mangiando. Dopo un paio di frasi l’uomo scaracchiò e sputò in terra, poi riprese la conversazione. Terminato un suo giro di frase, l’uomo di nuovo scaracchiò e sputò in terra. Io stavo mangiando, e con apprensione capii che i due sputi non erano una eccezione, ma facevano parte della conversazione, erano per così dire strutturali al modo balinese di fare conversazione. Soltanto in seguito venni a sapere che sputare serve a cacciar via gli umori e gli spiriti cattivi, o qualcosa del genere. Troppo tardi! L’uomo parlava e sputava in terra, continuamente, con regolarità e naturalezza. La tensione in me montava, mi dicevo che dovevo adattarmi agli usi locali, ma proprio non ci riuscivo. A un certo punto uscii dai gangheri, mi alzai e mi rivolsi all’uomo con garbo ma in modo deciso: ‘per favore, la vuole smettere di sputare in terra davanti a me? non vede che sto mangiando…’ La persona sembrava stupita ma per niente offesa. Smise di scaracchiare, fece qualche commento, io finii di mangiare il mio riso. Uscendo dal ristorante non capivo se mi ero comportato bene o male. Guardai in alto verso il monte Agung, e in quel momento mi parve di udire un lontano rumore affievolito dalla distanza. Tesi l'orecchio. E poi compresi: lassù gli dei, Shiva, Parvati, Hanuman e tutti gli altri, stavano ridendo.

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