martedì 7 ottobre 2008

Il convitato di pietra

Alcuni anni fa ero impegnato insieme un gruppetto di ecologi di Milano nella protezione delle foreste tropicali d'Africa. Per quella nostra intrapresa e crociata ci servivamo di lettere aperte, lettere chiuse inviate ad autorità varie, pamphlets inviati a nessuno, ma soprattutto di parole, di tante parole che riempivano i nostri incontri e che dimostravano quanto bene avevamo metabolizzato le nostre letture di alcuni trattati di ecologia forestale e soprattutto della rivista National Geographic. I risultati pratici da noi ottenuti erano pochi, ma le numerose nostre discussioni condotte durante cene interminabili a Milano, coronate da solenni dichiarazioni d’intenti, tanto più solenni quanto più numerose erano le birre che avevamo bevuto, ci davano la sensazione di stare facendo qualcosa. Un giorno nel gruppetto di appassionati amatori di alberi che eravamo si presentò un nuovo arrivato, il console onorario del Gabon per la sede di Milano. Questo signore alla sua funzione di console abbinava una passione smisurata per le foreste del mondo che sono minacciate dalla distruzione ad opera delle multinazionali del legname. Data la nostra affinità di idee e di propositi, non fu difficile instaurare fra noi una frequentazione assidua, sempre con il comune denominatore di cene e bevute in vari locali di Milano. Cambiavamo locale abbastanza spesso, dato che il console era una persona volubile. Una sera il discorso cadde su come scrittori, divulgatori e romanzieri, italiani e non, si confrontavano con il tema delle foreste in pericolo. Io attaccai a parlare di Alberto Moravia, sui frequenti viaggi che lo scrittore aveva compiuto in Africa insieme al regista Andrea Anderman, sulla corrispondenza che aveva regolarmente inviato al Corriere della Sera e che da questo giornale era stata pubblicata nel corso degli anni. Mentre dicevo queste cose notai che l’amico console aveva smesso di mangiare e mi fissava. Che strano! Continuai a parlare di un viaggio che Moravia aveva fatto in Gabon. Nel suo articolo Moravia descriveva una pista di laterite rossa che si addentrava nella foresta pluviale, ricordava come il colore rosso della pista si stagliata su quello verde cupo della foresta e vedeva la pista come una ferita aperta nel cuore verde della foresta. Secondo il racconto ad un certo punto Moravia si stancò dei sobbalzi della Land Rover sulla pista e fece fermare il veicolo per fare una sosta ad un piccolo villaggio. Fu allora che lo scrittore fu avvicinato da un Europeo (nel testo di Moravia non si desume ch'era un italiano), venne avviata una conversazione, emerse che lo sconosciuto era un ecologo che si occupava della salvaguardia delle foreste. Non feci a tempo a finire il discorso, perché l’amico console seduto di fronte a me quasi saltò sulla sedia ed esclamò: ‘Ero io! sono io! l’ecologo ero / sono io! è in quel villaggio che ho conosciuto Alberto Moravia!' Porca miseria. L’amico console era una persona di grande sensibilità e una sua caratteristica era di pensare e agire in modo uterino. Il fatto che io fossi al corrente di quell’incontro tra Moravia e il console, senza sapere chi era quel lui, e tutto questo solo per averlo letto sul giornale, riportava alla sua memoria l'eccezionalità di quell’incontro, stabiliva un legame di fratellanza culturale fra Moravia, lui e me (!), e finiva per gettare un ponte di liane fra tre personaggi della foresta, uno illustre ed ormai entrato nel Parnaso dei maggiori scrittori mondiali, un bizzarro console del Gabon, e alla fine, vedi vedi, me stesso.
Al tavolo di ristorante che occupavamo c'era una sedia vuota. Era come se vi fosse seduto Alberto Moravia, con i suoi occhietti spiritati e le sue sopracciglia a cespuglio che si muovevano mentre parlava. Moravia era lì con noi anche senza esserci. Era il nostro convitato di pietra.

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