martedì 7 ottobre 2008

La Baja California è lunga

Chi a Natale visita la penisola della Baja California, Messico (meglio, Méjico) può leggersi come la visitai io alcuni anni fa. Partii da Los Angeles con bus locale, passai a San Diego con un altro bus e varcai il confine Usa-Messico al checkpoint reso famoso ad es. dal film ‘Traffic’. Mi sentivo come Steve McQueen in fuga dagli USA, però in ‘Getaway’ l’eroe non espatria in quel punto, peccato. Il controllo di frontiera USA/Messico in quella località assomiglia più ad un casello autostradale della Milano-Bologna che a un confine di stato. La fiumana di autoveicoli in entrambi i sensi è interminabile e i doganieri guardano appena i documenti di chi transita. Subito al di là della frontiera c’è la cittadina di Tijuana. Il bagno della stazione dei bus di Tijuana era un hangar derelitto e umido, con un andirivieni incessante di messicani che usavano il locale anche per radersi, lavarsi le ascelle o scaracchiare. Sulla parete dei lavandini un cartello avvertiva ‘Prohibido limpiarse la nariz’…, avvisava cioè che era proibito sgorgarsi il naso nei lavandini pubblici. Cominciai a sentire un’ondata di buonumore, avevo voglia di ridere: finalmente ero in Messico, e là fuori mi attendevano interminabili avventure con tanti, tantissimi, simpaticissimi messicani. Ciò che più contava poi, ero uomo libero. Altri turisti viaggiano in branchi, clan familiari, maestranze in gita premio, bocciofile, condomini, parrocchie, rioni...io viaggio al singolare! Ero da solo, ma con i messicani! In Tijuana noleggiai un WV maggiolino 1200, un modello che in Europa è vecchio da decenni. A bordo del ‘escarabajo’ visitai la parte nord della Baja. La penisola ha scenari immensi, assolati, desertici. Ci sono ovunque distese sabbiose punteggiate da vegetazione secca, inondate dal sole e da una fragranza di erbe odorose o di lavanda. All'orizzonte si disegnano ovunque lontane catene montuose prive di vegetazione. Le spiagge del Pacifico hanno acque fredde, scure e agitate. I colori dominanti oltre all’azzurro del cielo sono il blu scuro dell’oceano e il giallo chiaro della terra. Percorrendo il solitario asse stradale da nord a sud incrociai un paio di monumentali motorhomes di turisti americani che tornavano a casa. Quelle gigantesche case mobili erano lanciate a tutta velocità sul nastro d'asfalto. Sul punto d’incrociarmi il conducente in segno di saluto sporgeva il braccio dal finestrino e azionava un clacson potente come la sirena antinebbia di una nave. Convenevoli yankee. Ero deciso a percorrere tutta quanta la penisola da nord a sud e ad arrivare fino a Cabo San Lucas, quindi a Tijuana restituii il maggiolino e m’imbarcai su di un normale bus di linea in direzione sud. Tuttavia avevo scordato come gli strapazzi imprevisti di un viaggio possano un poco alla volta trasformare il viaggiatore solitario e originale in un normale turista bisognoso di comodità. Quel misero bus di linea che arrancava sull'asfalto, che si fermava in tutti i villaggi e che caricava altri passeggeri pur essendo già pieno, già a Ensenada mi aveva rotto le ossa. Alla stazione dei bus decisi quindi di procurarmi un posto su di un potente, spazioso e comodo bus deluxe, con climatizzatore e tutti i comfort necessari. Certo fu un altro modo di viaggiare, ora si procedeva spediti sul percorso, tuttavia non avevo calcolato bene le distanze reali del tragitto dal confine di Tijuana fino al Cabo della estremità sud della penisola. La Baja California è talmente lunga che anche questo resoconto rischia di allungarsi troppo. Per farla breve, abbandonai presto anche il bus deluxe e feci ricorso…all’aereo. Ed ecco che il viaggiatore eccentrico era ridiventato un normale turista dalle braghe corte e dalla camicia a fiori. Quante occasioni d’incontro con i simpatici messicani andavano così perdute! Ripensai alla conversazione che feci con il conducente del primo bus di linea. Il messicano era grasso, aveva pelle color ambra, capelli e baffoni nerissimi, occhi altrettanto neri che mandavano lampi, quando rideva era impossibile non farsi trascinare nella risata. Ora però ero a Cabo San Lucas, località turistica famosa per chi fa pesca d’altura. Quella sera entrai nel locale ‘The giggling marlin’. L’insegna era un grande pesce marlin dipinto che sogghignava tirando all’amo un pescatore. Il locale era pieno di giovani yankees che di giorno facevano pesca d’altura, di sera bevevano birra e vociavano. Ad un certo punto risuonò un gong e in un angolo del grande bar vidi che si svolgeva una cerimonia scherzosa che celebrava l’inversione di ruoli pesce/pescatore. Un giovane yankee veniva issato con una grossa corda bianca legata intorno alle caviglie e rimaneva appeso come un marlin a testa in giù per un paio di minuti. Intorno a lui un putiferio di risa, frastuono di musica country e odore di birra. Quando ne ebbi abbastanza di Cabo San Lucas mi imbarcai sul traghetto per Puerto Vallarta, sulla costa ovest del Messico ‘continentale’. Durante la traversata, appoggiato alla paratia, avvistai un branco di delfini che saltava nelle acque blu scuro e seguiva la nave. Esclamai ‘dolphins’, ma un turista yankee al mio fianco mi corresse: ‘porpoises…’. Strano, a me parevano delfini.

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