martedì 7 ottobre 2008

La valle dei monumenti

Quando la attraversai per la prima volta, alcuni anni fa, rimasi senza fiato di fronte allo spettacolo più grandioso al quale la natura mi avesse mai invitato. La valle dei monumenti è un oceano di terra sovrastato da un altro oceano di cielo. Su questa pianura rossa e scura pilastri enormi di roccia si elevano come per raggiungere il cielo, ma senza arrivarci perchè le loro sommità sono troncate. Come tante torri di babele incompiute e poi abbandonate da una umanità in fuga, queste formazioni gigantesche si susseguono una dopo l’altra in uno spazio che sembra non finire mai. La terra, la polvere della pianura, le torri di roccia e l’orizzonte, sono tutti del colore della terracotta, dell’ocra e del girasole. Se il sole è a picco nel cielo è un astro da incubo, se è al tramonto e basso sull'orizzonte è il tuorlo di un uovo rotto. Nella valle dei monumenti il grande diventa grandioso, le distanze si moltiplicano e le persone non devono sostare, ma solo transitare. (vi è piaciuto il mio volo pindarico? a me piacciono sia i voli pindarici sia tutto ciò che sa di barocco e dannunziano). Per visitare la valle dei monumenti occorre un automezzo robusto, meglio se a doppia trazione, e in perfette condizioni di meccanica. L’orientamento non è un problema, la strada è generalmente in buono stato, descrive vaste curve o si appunta in un rettilineo che finisce chissà dove. In qualunque punto il visitatore si trovi, i torrioni dei monumenti sono sempre visibili, come guardiani giganti che non perdono mai di vista l'intruso. Percorrevo dunque la valle lungo l’asse stradale che l’attraversa, ricordo che sulla mia destra, verso nord, c’era la processione funebre e immobile delle torri, sulla mia sinistra, verso sud, una falesia lontana. Sulla strada non c’era nessuno, sui bordi della pista nessuno, e nessuno si vedeva da qualsiasi parte girassi il collo. Ero solo nella valle, al volante del mio mezzo, l’unico rumore era il ronfare del motore. Ad un certo punto mi parve che la carica onirica di quel percorso andasse scemando, e decisi di fermarmi. Accostai al bordo della pista, spensi il motore, scesi dall'auto e mi guardai all'intorno con il ronzio della meccanica che continuava nell’udito. Non c’era anima viva. Dopo alcuni minuti vidi una macchia scura che si muoveva lontana sull'orizzonte a destra della pista. Lentamente la macchia si materializzò in figurine umane. Aguzzai la vista come incredulo. Erano tre esseri che si muovevano rapidamente verso di me. Passò un quarto d'ora, ecco che le tre persone erano più vicine, e allora vidi che avevano sandali grossolani, tuniche corte di colore indistinto, specie di bastoni o pertiche in mano, una portava il cappello a cono tipico delle popolazioni locali, tutti e tre avevano la pelle nerissima e lucida. Tunica corta, pelle nera, cappello a cono? Ah, non ho precisato che quella che percorrevo non era la valle dei monumenti degli Stati Uniti d'America, ma della Repubblica del Mali! (vi è piaciuto lo scherzetto?). Avevo accompagnato dall’Algeria 4 automezzi di turisti lungo la pista che attraversa il Sahara da nord a sud. Con partenza da Ghardaia, avevamo raggiunto El Golea e poi Adrar, qui avevamo infilato la difficile pista della Bidon V fino a Bordj-Moktar (Algeria), per arrivare dopo 3 giorni a Gao sul fiume Niger, in Mali. In questa località mi ero congedato dal gruppo che voleva andare per i fatti suoi ed avevo proseguito da solo attraverso il Mali, per poi attraversare il Burkina Faso, con destinazione finale Abidjan, Costa d’Avorio. A Gran Bassam, a est di Abidjan, mi attendeva una settimana di riposo sulle spiagge del Golfo di Guinea. Il problema ora erano quelle persone sbucate dal nulla della valle dei monumenti e che si avvicinavano spedite dritto su di me. Non era questione di avere paura, ma solo di scansare inconvenienti. Erano senz’altro viaggiatori solitari attirati dalla vista dell’automezzo fermo al bordo della pista, circondato da una solitudine assurda, forse volevano chiedermi dei biscotti, dell'acqua, qualche soldo. Oppure erano briganti che stavano per piombarmi addosso ed infilzarmi con qualche loro spiedo nascosto sotto le tuniche, e allora avremmo inaugurato una specie di corrida di nuovo genere in quell’arena immensa e senza spettatori. Mancavano poche decine di metri tra la mia auto e quella gente. Scattai in una serie di azioni rapide e meccaniche. Re-infilai l’asticciola metallica nel foro di livello dell’olio-chiusi di scatto il cofano-aggirai l’auto-raccolsi bidone dell'acqua-il binocolo-altri oggetti, etc. Ah, le qualità fuori del comune dell'uomo bianco in quelle situazioni! il suo superiore senso del tempismo, del coordinamento di causa ed effetto, la sua splendida capacità di reazione! I tre erano a pochi passi da me ma io stavo per involarmi da loro perché ero ormai l’auto era pronta a partire. Se anche erano predoni, io li avevo fregati. Mancava solo il portellone posteriore da chiudere ed eseguii l’operazione in un lampo. Mentre lo chiudevo con un colpo vigoroso, il mio pollice sinistro rimase imprigionato nel portello e questo si chiuse a pinza sul mio pollice con tutta la potenza dell'angolo formato tra il bordo e lo stipite che si chiudeva. Il dolore si scaricò attraverso il dito e saettò fino al cervello, la sofferenza mi fece piegare in due a bocca aperta e senza fiato. Il sangue doveva essersi ritirato dalla faccia e dalle mani e doveva essere rifluito altrove. Vidi che i tre erano su di me. Ero nei guai. Nella valle dei monumenti avevo commesso un errore monumentale. Poi vidi che i tre mi passavano accanto lentamente, osservando l’auto e me piegato in due con quella strana smorfia. Tutti e tre dissero ‘bonjour’, poi ripresero il loro passo normale e si allontanarono. Credo che rimasi una buona mezz’ora accovacciato a terra, con il dito in mano che assomigliava ad una dalia, in attesa che le ondate di dolore si calmassero. Poi, come uno scarafaggio, entrai nella cabina dell’auto, misi in moto e mi avviai lungo il rettilineo della pista, con destinazione Abidjan. Lungo il tragitto ripensai ai tre viandanti che mi avevano salutato. Erano tre uomini del popolo dei Dogon. Il nostro incontro aveva rallentato solo di qualche istante il loro cammino verso la lontana falesia in direzione sud che era la loro casa.

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