martedì 7 ottobre 2008

La clinica dei matti

La clinica dei matti
Nella cittadina di Kottakal, in Kerala, India, ha sede una prestigiosa clinica ayurvedica, la ‘Arya Vaidya Shala’. Era il mese di dicembre di alcuni anni fa ed io avevo deciso di rifarmi la salute con un soggiorno di quattro settimane (4!!) in questa clinica. Accettavo come un segno del destino, o meglio del karma, di passare anche quell’anno il Natale lontano da casa. Il campus della clinica occupa una vasta area alla periferia meridionale di Kottakal, ha un giardino interno e i vari fabbricati sono circondati da uno spesso e alto muro di cinta, un po’ come quello del carcere di San Vittore a Milano. In quella clinica con l’Ayurveda non si scherza, chi ha cominciato a curarsi deve andare fino in fondo. Forse quel muro alto l’avevano messo lì per aiutare psicologicamente i pazienti a perseverare nelle cure. Quando varcai il cancello della clinica guardai il muro di cinta, pensai alle mie 4 settimane già prenotate ed il cuore mi si affondò nel petto. Mi dissi che accettando l’idea del peggio già all'inizio, qualunque cosa fosse successa in seguito sarebbe stata più sopportabile. Non potevo sapere di essere all'inizio di una permanenza a dir poco farsesca e divertente. L'edificio della clinica è su 4 piani, con il piano più alto interamente occupato da un padiglione per le sedute di yoga. Mi fu assegnata una camera al terzo piano, con bagno, lettino tipo branda, balcone sul giardino e televisore a colori. All’ingresso della stanza la parete era percorsa da una mensola larga e molto lunga. A che cosa doveva servire? Sulla parete erano appesi i quadri dei padri fondatori della clinica, una immagine di Shiva, una grande tabella con un lungo elenco di regolamenti e prescrizioni salutari, corporali e spirituali ad uso dei pazienti. Già il primo giorno ricevetti la visita in camera del primario e dei suoi assistenti. Cercai di spiegare che il mio problema non erano solo i dolori cervicali, ma tutta una serie di molestie come bulimia, ronzii alle orecchie, etc. L’équipe medica si consultò più con gli occhi che con le parole, poi si congedò. Dopo un paio d’ore un infermiere mi portò una decina di boccette, vasi, ciotole contenenti liquidi dai colori più vari, enormi compresse alle erbe, tavolette di sostanze colorate e molli come cera pongo. L’infermiere dispose il tutto sulla mensola e mi disse che nel pomeriggio mi avrebbe portato il resto. Il resto? Ecco a che serviva il mensolone! Sotto ogni prodotto l’infermiere aveva infilato un foglietto con l’indicazione degli orari di assunzione e le dosi. Esaminando il liquido giallo di un flacone ricordai di avere letto sul quotidiano ‘The Hindu’ che l’ex premier Desai del Janata Party, il partito Hindu di estrema destra conservatrice, quando ancora era ottuagenario beveva ogni giorno un bicchiere di orina di mucca. Mi feci un appunto mentale per chiedere al primario da dove veniva il colore giallo di una mia medicina. La mia giornata era regolata nel modo seguente. Al mattino sveglia di buon'ora, camminata rapida in giardino per inalare il prana, colazione alla mensa del pianterreno, a metà mattina massaggio ayurvedico, pranzo, pomeriggio libero, alle 18:00 seduta di yoga terapeutico nel padiglione-terrazza sopra il quarto piano. La dieta era rigorosamente vegetariana, le prescrizioni morali impartite dalla direzione prevedevano l’astensione dal linguaggio licenzioso, la correttezza morale, la pulizia di fuori e di dentro. Feci ben presto conoscenza con gli altri pazienti della clinica. C’era una signora inglese, una dottoressa, che si diceva afflitta da una serie di allergie a sostanze varie, cibi, colori, odori. Un’altra signora bionda platinata, non più giovane, esuberante, si presentò dicendo di essere italiana, di Trieste, attaccò a parlare di Sonia Gandhi, disse che nella clinica in una settimana era diventata oh, così popolare essendo italiana, perché a molti indiani

piacciono Sonia Gandhi e quindi gli italiani. L’italiano però lo parlava con la buccia e ad un certo punto mi presentai anch’io come italiano e le chiesi da quanto tempo aveva lasciato la Bulgaria. La signora bionda, Lily era il suo nome, fu sorpresa che avessi riconosciuto il suo accento bulgaro. Le spiegai che di mestiere un tempo facevo il linguaiolo/traduttore, che avevo l’orecchio fine e che in più conoscevo i Balcani. Le appioppai il nomignolo di ‘Lily-Fior di Loto’. Scoprii più tardi che Fior di Loto non aveva nessuna malattia, era lì perché le piaceva l’ambiente. La dottoressa inglese invece era davvero malata, soffriva di crisi psicologiche con cambi di umore repentini e lunatici. Non si stancava di enunciare la lista delle sue allergie, ogni volta aggiungendone una. Mi ricordava Emily Dickinson, che visse per anni
rinchiusa in casa, vestendosi solo di bianco. La dottoressa non si comportava bene con me, un giorno bussò con forza alla mia porta, entrò senza salutare, si sedette davanti al mio televisore e lo accese. Mi spiegò che nella sua stanza non c'era tivù. Dopo un po' tirò su le gambe e poggiò i piedi sulla mensola del televisore, sporcandola con le sue scarpe. Dopo un altro po’ mi chiese se poteva usare il mio bagno, senza attendere la mia risposta prese la porta del bagno e vi restò rinchiusa a lungo. Quando uscì le chiesi se il suo bagno (la sua stanza era al secondo piano) era rotto o qualcosa del genere. Decisi che la dottoressa era un po’ suonata e lasciai perdere. I giorni passavano, il primario mi aveva spiegato che le sue medicine non contenevano orina di mucca. Quando gli chiesi se poteva fare qualcosa di specifico per il mio ronzio alle orecchie rispose 'senz’altro'. Quello stesso pomeriggio un infermiere mi portò in camera una specie di shisha egiziano da cui usciva un lungo tubo di gomma che terminava in un beccuccio sottile. Alla base di quella cosa c’era un focolare che conteneva braci ardenti e tavolette di sostanze alle erbe. L’infermiere mi spiegò che dovevo infilare il beccuccio del tubo nell’orecchio che ronzava e azionare delicatamente una specie di soffietto. Il fumo doveva entrarmi nell’orecchio! Gli chiesi da dove sarebbe uscito il fumo entratomi nell’orecchio, ma l’impiegato non seppe darmi un risposta precisa. Un giorno alla reception della clinica si presentò un nuova paziente, una ragazzotta non tanto bella che disse anche lei di essere italiana. Anche lei parlava l’italiano con la buccia (toh!) e di primo acchito non riuscii a capire da quale paese venisse in realtà. Ma poi lo capii e le dissi ‘tu sei albanese’. Anche la ragazza rimase sopresa come lo era stata Fior di Loto e ancora una volta dovetti spiegare che conoscevo i Balcani (sbadiglio), che ero un fine conoscitore di accenti e di dizioni, etc. La
signora albanese aveva una stanza al primo piano, non partecipava mai alle sedute di yoga, non veniva mai in mensa e si faceva portare il pasti in camera. Ogni volta che casualmente passavo al primo piano notavo che la sua porta era sempre spalancata. Che strano. Al terzo piano, proprio di fronte alla mia porta, soggiornava una giovane signora svizzera, smunta e taciturna. Gli altri pazienti mormoravano che la signora svizzera faceva solo dei clisteri, nient’altro che clisteri. Altri giorni passarono, le sedute di
‘therapy yoga’ avevano un benefico effetto, le sedute di massaggi ayurvedici e di versamenti di olio sul capo, etc, un po’ meno. Una sera, passando davanti alla porta spalancata dell’italo-albanese, questa mi vide e mi invitò ad entrare. Appena fui entrato la ragazza si alzò e chiuse la porta di scatto. L’intermezzo che seguì lo voglio saltare a piedi pari perché non vale la pena riportarlo. Con tutto il rispetto e senza volgarità devo però dire ciò che appresi. La ragazza era in quella clinica solo per rimorchiare (uomini).
Dopo avere capito la sua disponibilità, pensai a due cose. La prima era che copulare in una clinica dove in ogni stanza stava affisso ben chiaro il codice morale da seguire, bene, non era di buon gusto. In secondo luogo per me fu decisivo constatare che la ragazza aveva un aspetto decisamente disadorno.
Le dissi che ero malato, che avevo dolori dappertutto. Le parlai di Sonia Gandhi, dell’orgoglio di essere suoi connazionali. A parte mi misi a riflettere che, a quanto pare, se c’era un posto al mondo dove valeva la pena di essere italiani, questo era proprio Kottakal, Kerala, India. Altri giorni passarono, anche il giorno di Natale passò. Il pomeriggio successivo alla nostra festività mi trovavo nella mia stanza scrivendo al portatile e gettando ogni tanto un'occhiata al televisore acceso con volume a zero. Notai che una emittente trasmetteva immagini di costiere, di barche di pescatori spiaggiate, di mareggiate insolitamente forti. Da dove veniva quella burrasca? Il tempo era splendido e soleggiato...Dopo un paio d’ore vidi che la stessa emittente continuava a trasmettere sequenze con riprese di spiagge, barche, onde da tempesta. Che strano. In quel momento qualcuno bussò furiosamente alla mia porta, all’aprire si precipitò all’interno la dottoressa mattoide, che si diresse al mio televisore e vi si piantò davanti. Dopo un po’ le chiesi se le piaceva il mare. Si voltò di scatto e gridò: ‘Ma non sai ancora nulla?! Sumatra! Terremoto! Catastrofe!’ Era il 26 dicembre 2004 e dal suo epicentro al largo di Sumatra una gigantestca onda anomala aveva
devastato l’Indonesia del sud-ovest, l’archipelago delle Andamane e si era abbattuto sulle coste dell’India orientale. Ora l’ondata ciclopica aveva fatto il giro del Deccan e aveva raggiunto anche le coste del Kerala. Era la muraglia semovente e liquida di un grande, spaventoso tsunami!

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