martedì 7 ottobre 2008

Dahab

nei giornali di questa mattina leggo che tre turisti italiani sono morti in un incidente stradale a Dahab, località turistica della penisola del Sinai situata a nord di Sharm-el-Sheikh, sulla litoranea che va a nord verso il confine israeliano. Ricordo che su questa riviera si sono verificate in passato altre sciagure piccole e grandi che hanno coinvolto turisti. Le esplosioni di bombe messe da attentatori provocarono morti a Sharm e all'Hotel Hilton di Taba, centro balneare a ridosso della frontiera e dirimpettaia alla cittadina israeliana di Eilat. Una persona che vive a Dahab e che conosco da tempo ogni tanto mi informa via e-mail di altri fatti minori che hanno rovinato
le ferie a più di un turista. Dahab era un villaggio beduino che negli anni 70 era diventato un centro hippy frequentato da giovani europei ed israeliani, poi ha seguito una vocazione turistica più commerciale e si è riempito di alberghetti e ostelli, e poi alla fine di hotel a 4 e 5 stelle. In Dahab io trascorsi un periodo abbastanza lungo quando la vita lì era ancora abbastanza quieta e c’erano solo soprattutto centri di immersione subacquea e ristorantini tipici affacciati sul mare. Dahab in arabo significa ‘oro’. A Dahab feci conoscenza con Achmed, un signore che aveva la sua casa al Cairo, ma durante la stagione turistica si trasferiva a Dahab con moglie e figli, maschi e femmine. Achmed e la sua famigliola vivevano in una bruttissima casa nelle retrovie di Dahab, in un paio di camere il tetto era scoperchiato, i mobili erano quasi inesistenti, i tappeti erano di
plasticone colorato fatti forse in Cina e comprati a buon mercato. Achmed, moglie, figlie e figli cucinavano, mangiavano e soggiornavano per terra, seduti su questi tappeti colorati. Forse ci dormivano anche, mettendo prima sopra un materasso di schiuma e un lenzuolo. Tutto intorno alla casa c’era una periferia lebbrosa, senza fognature, con mucchi di rifiuti gettati agli angoli delle strade, che il vento del deserto portava ovunque. Le capre erano dappertutto e brucavano sui mucchi di rifiuti. Vedi Dahab e poi muori. Achmed aveva preso in affitto un negozietto monoluce dall’intonaco
slabbrato, ma situato in buona posizione sul lungomare dove passeggiavano i turisti. E' a questi turisti Achmed cercava di vendere i suoi flaconcini di profumo immagazzinati alla meglio nel suo negozietto ed esposti in malo modo nella sua unica vetrinetta. Quando agganciava qualche turista e
riusciva ad adescarlo all’interno del negozietto, Achmed si lanciava in perorazioni incendiarie per esaltare la genuinità dei suoi profumi, ‘distillati dai fiori delle oasi più sperdute d’Egitto’. In realtà non a tutti è noto che
nelle oasi d’Egitto non ci sono fiori. Achmed riceveva con regolarità la visita di un commerciante del Cairo che gli vendeva bottiglie di alluminio contenenti essenze sintetiche prodotte a Grasse, Francia, e importate via Alessadria, oltre ad altre bottiglie di alluminio che contenevano diluenti. L’operazione di miscelazione (Ahmed piccolo chimico) avveniva sul r etro del negozietto, per terra, senza tappeti. Achmed aveva un occhio solo funzionante, l'altro occhio era una sfera di colore bianco lattiginoso. Vestiva
sempre e solo un jallabah bianco un po’ sudicio, aveva sempre una barba di 5 giorni, però non se la faceva crescere di più, forse per non sembrare un musulmano molto praticante. In effetti Achmed non era praticante: non andava alla moschea il venerdì, non faceva Ramadam, per motivi di 'salute', diceva lui, all'occasione beveva alcolici e fumava in continuazione. A parte questo Achmed era il più saggio, estroverso, vissuto e umoristico personaggio che io conoscessi nel Sinai. Achmed era fatalista e non si preoccupava di nulla al mondo. Se c’era un problema, la sua frase preferita era ‘we shall fix it’. Qualsiasi cosa poteva essere regolata, fissata. Fix, fix, fix.
Achmed era cordiale e buono e, nonostante le sue condizioni economiche poco allegre, ancheanche incredibilmente generoso. Mi ero affezionato ad Achmed. Durante il mio soggiorno a Dahab il cielo rimase grigio e
leggermente nuvoloso solo per un paio di giorni. Si diceva che ci fosse eccezionalmente stata pioggia all’interno del Sinai, all'incirca nella zona del monastero di Santa Caterina. Ricordo che poi tornò il sole a picco, quella
mattina uscii dal mio alloggio-bungalow per passeggiare verso il centro del paese. In prossimità dello 'ouadi' in secca vidi una folla di persone che bloccava la stradina del lungomare. Tutti guardavano davanti a sé, apparentemente verso l'altra parte del ouadi. Il muro di persone, turisti e
locali, era talmente fitto che io non riuscivo a vedere che cosa stessero guardando. Un passante a cui chiesi mi rispose che c’era dell’acqua.
Acqua? Improvvisamente dalla folla si levò un grido e tutti si misero ad arretrare confusamente, e poi a correre verso di me. Che cosa stava succedendo? me lo raccontarono dopo, quando tutta quella storia finì. Il giorno prima era piovuto all'interno del Sinai. Come sempre succede nelle zone desertiche, l'acqua piovana si raccoglie nelle 'ouadi', poi comincia ad accumularsi e a correre verso il mare. Il terreno non l'assorbe e la fiumana ingrossata può percorrere distanze impensabili, sempre cercando il mare. Nel frattempo ero tornato al mio bungalow e qui il proprietario degli alloggi stava tranquillizzando un gruppo di turisti israeliani sulle possibilità che l'acqua arrivasse fin lì. Stava dicendo 'non c'è alcun motivo di preoccupazione, lo sbocco del 'ouadi è a 200 metri da questo villaggio e qui siamo all'asciutto', quando da sotto il portone nord del villaggio un liquido color marrone cominciò a tracimare e ad avanzare tra i bungalow, poi si udì un colpo violento, il portone si spalancò di colpo come forzato
dall’esterno ed un’ondata di piena di acqua e terriccio grigio-marrone invase il posto, sempre più alta e sempre più potente. Una inondazione nel deserto!
Ero senza fiato. Le esortazioni del proprietario continuarono ancora un po’, poi cessarono del tutto, ci fu un fuggi-fuggi generale del personale e dei
turisti. Lo ouadi si era sfondato su un fronte di 200 metri verso nord e l’onda di piena era arrivata fin lì! In situazioni anomale succede che i pensieri più strani si affaccino alla mente. In quell'istante mi venne il pensiero che non avevo ancora fatto colazione. E’ incredibile come nelle
situazioni di emergenza la ragione analitica rimanga abbastanza imbranata, e con quanta prontezza invece si attivino l’intuito e tutta una serie di riflessi condizionati. Come se qualcuno mi avesse impartito un’istruzione ben
precis, entrai di colpo nella mia stanza, recuperai subito i miei documenti, impacchettai in un lampo il mio bagaglio compresi i miei libri, uscii dal bungalow mentre la fiumana marrone già arrivava al ginocchio e issai tutte le mie cose sul tetto a terrazza della struttura. Poi mi issai anch’io, rimasi in piedi sul tetto-terrazza e guardai verso lo ouadi. Questo aveva rotto il suo argine nord, la piena dell’acqua aveva investito la periferia del villaggio e gli impianti turistici a partire dal suo sbocco originario a mare su di un fronte di forse 300 metri. Retrovie di Dahab e frontemare erano ora invase da una fiumana color terra che aveva spazzato case, palme, stradine. Una parte di Dahab era sott’acqua, dalla mia posizione sul tetto vedevo le altre persone che si erano rifugiate sui tetti delle loro case, contemplavo lo scempio tutto attorno. Guardando verso nord, dove c’era la casa di Achmed, vidi che l’inondazione non era arrivata. Achmed e la sua famiglia erano rimasti
all’asciutto. La forza del fronte d’acqua che veniva dal deserto prese a scemare solo verso il pomeriggio, io scesi dal tetto terrazza per mangiare e bere qualcosa. Era la prima volta che facevo colazione alle 17:00. Il giorno dopo rividi Achmed e gli dissi quanto era felice che l’acqua non fosse arrivata fino alla sua casa. Ero costernato a vedere il villaggio di Dahab mezzo disastrato, la stagione turistica rovinata, le case incrostate di fango
bagnato, le strutture degli impianti turistici spazzati a mare, la stradina del lungomare distrutta. Achmed non si scompose molto e tra un tiro e l’altro di sigaretta disse solo: ‘no worry, they will fix it, they will fix it’.

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