martedì 7 ottobre 2008

I vitelloni del Cairo

Parecchi anni fa, la prima volta che vidi la piramide di Cheope sulla spianata di Gizeh, rimasi incredulo con il naso in aria per un minuto buono. Per la mezz'ora successiva poi non feci che ripetermi le tre parole ‘non è possibile’, come un pappagallo al quale s’insegna a parlare. Non era possibile che esseri umani avessero mai prodotto un simile manufatto! Di fronte all’immane accumulo di blocchi rimanevo sbalordito come doveva essere la scimmia di Stanley Kubrik di fronte all'obelisco nero e lucido venuto dal futuro. Anni dopo, una mattina di buon’ora di un giorno di novembre, mi preparavo per la seconda volta a salire il pendio che dal centro abitato e dalle mura del grande perimetro di Gizeh porta fino alla base della piramide. Non ero entrato dal cancello turistico principale ma da un ingresso secondario non sorvegliato a circa duecento metri alla sua sinistra. Come mai questa scelta? E perché mi trovavo in quel luogo di mattina presto, due buone ore prima che la fiumana dei turisti cominciasse a sciamare dall'ingresso principale? Alcuni giorni prima ero stato invitato da Emad, mio conoscente e piccolo notabile del quartiere di Gizeh, a trascorrere un paio di giorni nella sua residenza. Dopo il mio secondo pernottamento tuttavia Emad disse che avrei dovuto traslocare perché lui doveva badare a sua madre (?!). Avrei alloggiato nella casa di un suo conoscente, una palazzina a 20 metri dal muro del perimetro delle piramidi, e a non più di 50 dall'ingresso principale che conduceva alla sfinge. L’amico di Emad seguiva le abitudini degli uomini delle classi bene del Cairo, cioè dormiva di giorno e viveva di notte. Quel mattino l’amico mi mostrò la mia camera, un ambiente polveroso e ingombro fino all’inverosimile di mobili, tappeti e cianfrusaglie. L’ultima volta che vi avevano fatto le pulizia doveva essere stato al tempo delle dinastie dei Tolomei! Per salire fino alla base della piramide l’amico mi consigliò di prendere l'ingresso secondario di servizio. Se qualcuno mi avesse fermato, avrei solo dovuto fare il suo nome. Poi si mise a letto e poco dopo cominciò a russare. Dalle finestre vedevo le piramidi e la sfinge. Uscii in strada, cercai e trovai l’ingresso indicato e cominciai a salire verso la grande piramide di Cheope. A metà ascensione udii una voce che mi chiamava dal basso. Una figura vestita del solito jellabah grigio laggiù gesticolava nella mia direzione e chiamava. Mi fermai disorientato. Di certo un funzionario si era accorto della mia infrazione ed ora stava salendo per sgridarmi o multarmi. Poi capii che doveva essere una guida improvvisata che aveva notato il turista solitario e voleva scortarlo. Ebbi un momento d’irritazione. Anche partendo all’alba non si riusciva a sfuggire al marketing selvaggio delle guide informali. Continuai a salire sperando che il seccatore se ne andasse. Ero deciso a stare in compagnia di Cheope a due, senza intermediari culturali. Salivo in fretta, ma la persona laggiù faceva altrettando, chiamando senza sosta. Un paio di volte mi girai verso il basso gridando 'no, no!', non volevo guide! Niente da fare. Attendere che mi raggiungesse, per poi spiegargli garbatamente che proprio volevo restarmene solo non sarebbe servito. Ero furioso. Poi mi venne un’idea. Mi arrestai rivolto verso la piramide, lentamente alzai le braccia al cielo, tenendole ben distese verso l'alto. Così facendo mi girai altrettanto lentamente verso il pendio in basso, là dove l'importuno in jellabah grigio vociava e gesticolava salendo verso di me. Mi piantai a gambe larghe, le braccia al cielo, il capo sollevato verso l’alto. In quella posizione mi
immobilizzai. Ero diventato un gran sacerdote del faraone, un fanatico officiante di qualche setta, oppure semplicemente un maniaco squilibrato. La voce là in basso si spense, non si udiva nemmeno calpestio o rotolio di ciottoli. Abbassai le braccia molto lentamente e guardai verso il basso. La mia 'guida' stava già tornando sui suoi passi, scendendo in fretta come era salita. Doveva aver pensato che non valeva la pena fare da balia a quello strano turista. Ripresi a salire, arrivai alla base della grande piramide e passai le tre ore successive a contemplare quell'incredibile accumulo di blocchi. Ricordai che Flaubert, quando visitò per la prima volta la piramide, quasi a esorcizzare lo sgomento del soprannaturale che gli'incuteva quella visione, si limitò a definire l'opera 'una montagna di pietre'. Una sera visitai l’amico/habibi Emad nella sua casa di Gizeh. Emad aveva dormito tutto il giorno ed era in procinto di alzarsi dal letto per l’ora di cena, che per lui era una colazione. Emad era molto grasso. Guardandolo ancora riverso sul suo letto mi parve di vedere un ippopotamo atterrato da una fucilata in una partita di caccia grossa. Poi la percezione cambiò e quando si alzò da letto era la luna piena che sorgeva. Insieme ad altri notabili e compagni di farniente di Gizeh, ci sedemmo a terra su tappeti e su cuscini della sala da pranzo, la madre e la sorella di Emad fecero la loro comparsa con vassoi colmi di carni alla griglia, fette di pane, tagine, grandi foglie di lattuga, pomodori, fuul, ossia faglioli lessati per ore in un recipiente a forma di pallone. Le donne depositarono i vassoi su di un tavolino lungo e basso al
centro dei tappeti e se ne andarono. Era una cena per soli uomini. C’era un solo bicchiere per otto persone, ma così voleva la tradizione. Al termine della cena cinque persone si congedarono e rimanemmo in tre, Emad, l’habibi che mi ospitava a Gizeh ed io. Quando uscimmo di casa era già buio.
A qualunque ora del giorno e della notte, in qualsiasi stagione dell’anno, sul Cairo grava una bruma fatta di pulviscolo e di fine sabbia del deserto in sospensione. Di giorno il pulviscolo è di colore giallo dorato, di notte diventa un'aurora boreale e assume la tinta di una fuliggine che su tutto si posa e tutto imbratta. Camminavamo per le strade polverose e scarsamente illuminate di Gizeh, l’escursione termica di novembre aveva sostituito il tepore del giorno con un’aria fredda e sporca. Emad non aveva saputo
chiarirmi quale fosse la meta di quella escursione notturna. Arrivammo in un luogo illuminato, da cui proveniva un brusio di voci. Era uno spiazzo aperto tra palazzine scure sul quale era stato eretto un grande padiglione con tende colorate. Entrammo, Emad salutò i presenti ed io mi guardai intorno. L’ambiente era illuminato a giorno con numerose lampade, sui tre lati della tenda-padiglione sedevano anziani in jellabah bianchi candidi e giacche europee scure indossate sopra la tunica. Alcuni fumavano shisha, altri sorseggiavano the da bicchierini, tutti sembravano in attesa di qualcosa. All’improvviso da un altro settore del padiglione un altoparlante inondò l’ambiente con i suoni discordanti di una musica sacra, allo strepito si unirono delle voci in coro, poi alcuni figuranti cominciarono una strana danza rituale da dervisci. I loro corpi cominciarono a dondolare, poi ad avvitarsi su se stessi e a roteare. Nelle mani dei danzatori comparvero delle fruste, che nell'avvitamento dei corpi atterravano sulle loro schiene. La danza sacra era la pantomima di una flagellazione, sull’esempio delle processioni penitenziali sciite. Gli ambienti dei padiglioni erano inondati da una profusione di luce, quasi si volesse scongiurare l’oscurità e la caligine che all’esterno incombeva sui falansteri cupi e sulle oscure periferie del Cairo. Ad un certo momento desiderai di essere altrove, sognai di starmene disteso in un hammam a 35 gradi di calore e di farmi massaggiare con una spugna ruvida. Se solo avessi potuto individuare l'hammam dove gli esploratori vittoriani Richard Francis Burton e John Hanning Speke si erano recati durante il loro soggiorno al Cairo! I due stavano per cominciare il viaggio di scoperta delle sorgenti del Nilo. In seguito Speke sostenne di averle individuate nel lago Nyanza/Vittoria, mentre Burton negò il fatto. Poi Speke sarebbe rientrato a Londra per presentarsi alla Royal Geographic Society presieduta da Lord Murchison, Burton sarebbe rimasto a godere degli agi e degli ozi sibaritici del Cairo. Uscimmo dal padiglione, Emad fermò un taxi, la nostra spedizione notturna presa un'altra piega. Emad
disse 'adesso ti mostro qualcosa di diverso’. Il taxi percorse strade immerse nell’oscurità, poi improvvisamente lo scenario cambiò. Il taxi ci aveva depositati ad una grande avenida illuminata, percorsa da file di automobili, dai marciapiedi pieni di gente. Non ricordo il nome di questi Champs
Elisées cairoti, ma ricordo la folla rumorosa, le vetrine sfavillanti dei negozi e dei caffè, la fiumana di luce che inondava tutto e tutti, e sembrava voler allontanare la caligine scura che avvolgeva il Cairo. Emad aveva voluto mostrarmi la faccia laica della città, quella che ricordava la capitale degli anni ’50, la città di Naguib Mahfouz e delle sue storie, la città che produceva film come avrebbe fatto in seguito Cinecittà. Roma! Ecco che cosa mi ricordava quel grande viale! Era la via Veneto romana inquadrata nella ‘Dolce Vita’! Nella sequenza surreale di quel viale che voleva illuminarsi a giorno, quale era il ruolo di Emad, del compare e di me stesso, tre perdigiorno svagati, nullafacenti e senza una meta fissa? Se mai un ruolo
avevamo, questo non poteva essere della 'Dolce vita', ma dei 'Vitelloni'!

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