martedì 7 ottobre 2008

Grazie, non fumo

Ero in viaggio in un’area della Tailandia del nord compresa all’incirca tra Chiang Mai e Chiang Rai, non lontano dal cosiddetto triangolo dell’oppio (mamma, che brivido), cioè la regione tailandese confinante con Myanmar e con Laos. Per visitare meglio la zona, in una cittadina noleggiai una motocicletta Yamaha 125 a due tempi e partii gasato e rombante come solo avrebbe potuto partire Cyril Neveu a cavallo della sua Yamaha Enduro XT500 per la Parigi-Dakar del 1980. Viaggiare in moto in Tailandia è un’esperienza bellissima, ma a patto di non cadere mai dalla moto. Lapalissiano, vero? L’altro inconveniente è che viaggiare in moto su quelle strade, e poi sulle piste non asfaltate, può essere divertente per i primi 45-50 km, poi diventa una galera. E’ per questa ragione che, trovandomi in una zona relativamente disabitata di colline ricoperte di giungla verde e sentendomi stanco, mi arrestai quando vidi che ai piedi di una collinetta più bassa nel mezzo di una radura sorgeva una grande costruzione di legno, probabilmente di teak, sormontata da un tetto spiovente di fibre e foglie di palma. La costruzione aveva tutt’intorno un patio di tipo coloniale sul quale qualcuno aveva sistemato panche e amache. Osservando più da vicino mi accorsi che quello strano casone era in uno stato malandato, come se non ci abitasse nessuno. In effetti non si vedeva anima viva e non si udiva neanche un rumore. Tutt’intorno la giungla con qualche uccelletto che cantava. Poi l’uscio di legno del sinistro casone si aprì scricchiolando (e dalli con gli effetti da brivido) e ne uscì un tailandese anziano, malvestito e con la bocca sdentata, ma sorridente. Naturale, in Tailandia tutti sorridono, anche se stanno per ucciderti. L’anziano signore agitò la mano per invitarmi ad entrare, io esitavo, ma lui continuava ad agitare la mano e a sorridere. Notai che un paio di denti gli restavano, ai lati della bocca. Alla fine entrai, l’interno era ancora più malconcio dell’esterno, c’erano varie camere semibuie, poi vidi delle specie di loculi separati da stuoie vegetali. C’era foschia nell’aria umida delle stanze e c’era uno strano odore di non sapevo cosa. Poi vidi che straiati su stuoie lerce in un paio di quei loculi c’erano due corpi di uomini scalzi che sembrava dormissero. O forse erano morti? Il mio fastidio diventò malessere, e in quel momento capii che non mi stavo più divertendo. Chi diavolo erano quei corpi, chi era quel vecchio bavoso e che cosa era quel casone? Poi l’anziano raccolse da una stuoia un cilindro allungato di legno chiaro e me lo porse, il cilindro aveva una imboccatura ad un lato e un caminetto all’altro e assomigliava ad un calumet o pipa lunga degli indiani d’America. Forse era l’afa tropicale o forse era la stanchezza del viaggio in moto, ma perché mai ci misi tanto a capire che quel tubo di legno era un chillom e quel casone era una fumeria d’oppio? Oppio! non l’avevo mai provato (questo sia ben chiaro) e, come diceva Oscar Wilde, se c’è una cosa a cui non so resistere, questa è la tentazione. E poi se non conosci il male come fai ad evitarlo ? (questa non ricordo chi l'ha detta).
Valeva quindi la pena, forse, di provare a fare un paio di tiri di chillom, sdraiato anch’io sulla stuoia del terzo loculo. Mi sarebbero venute delle visioni oppiacee, avrei visto delle cornucopie di frutta, cascate di perle sarebbero zampillate giù da scalinate di cristallo che scendevano direttamente dal paradiso, là dove mi attendevano 72 vergini. Lo so che queste appartengono ad una diversa interpretazione del paradiso, ma chissà che nell'empireo buddista ci fosse qualcosa di simile? Poi mi vennero dei dubbi: gli imprevisti, l’imponderabile. Ed ecco che mi sentii trasformato in Paperino, quando in cima al fumetto da un lato appare un paperino più piccolo e rosso che impersona un diavoletto, e dall'altro lato un paperino che fa da angioletto. Uno diceva: resta qui e fuma il chillom, l’altro replicava: non fare sciocchezze, quando ti sei ben messo a fumare e sei intontito, dalla stanza accanto sbucheranno due figuri delle triadi tailandesi che ti toglieranno soldi e passaporto, quest'ultimo buono da vendere al mercato nero. I due delle triadi sono esperti di kick-boxing e non si fermano di fronte a nulla, dopo avermi spogliato di tutto si consultano. La sua moto? Già provveduto. E di lui che facciamo? Non so, ma ho visto che è solo e non ci sono testimoni. Bene, allora facciamolo sparire. Poi i due mi passano intorno al collo un filo di ferro, io sorrido senza capire bene perché l’oppio mi ha ottenebrato la mente, i due ceffi annodano i capi del filo di ferro e cominciano a tirare. Durante l'operazione i due non smettono di sorridere, con quei loro occhietti da nazista.
Alla fine paperino angioletto ebbe la meglio, io declinai l’invito dell’anziano che stava sempre di fronte a me tendendomi il chillom, uscii dal casone, avviai la motocicletta e me ne andai.

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