martedì 7 ottobre 2008

Il convitato di pietra

Alcuni anni fa ero impegnato insieme un gruppetto di ecologi di Milano nella protezione delle foreste tropicali d'Africa. Per quella nostra intrapresa e crociata ci servivamo di lettere aperte, lettere chiuse inviate ad autorità varie, pamphlets inviati a nessuno, ma soprattutto di parole, di tante parole che riempivano i nostri incontri e che dimostravano quanto bene avevamo metabolizzato le nostre letture di alcuni trattati di ecologia forestale e soprattutto della rivista National Geographic. I risultati pratici da noi ottenuti erano pochi, ma le numerose nostre discussioni condotte durante cene interminabili a Milano, coronate da solenni dichiarazioni d’intenti, tanto più solenni quanto più numerose erano le birre che avevamo bevuto, ci davano la sensazione di stare facendo qualcosa. Un giorno nel gruppetto di appassionati amatori di alberi che eravamo si presentò un nuovo arrivato, il console onorario del Gabon per la sede di Milano. Questo signore alla sua funzione di console abbinava una passione smisurata per le foreste del mondo che sono minacciate dalla distruzione ad opera delle multinazionali del legname. Data la nostra affinità di idee e di propositi, non fu difficile instaurare fra noi una frequentazione assidua, sempre con il comune denominatore di cene e bevute in vari locali di Milano. Cambiavamo locale abbastanza spesso, dato che il console era una persona volubile. Una sera il discorso cadde su come scrittori, divulgatori e romanzieri, italiani e non, si confrontavano con il tema delle foreste in pericolo. Io attaccai a parlare di Alberto Moravia, sui frequenti viaggi che lo scrittore aveva compiuto in Africa insieme al regista Andrea Anderman, sulla corrispondenza che aveva regolarmente inviato al Corriere della Sera e che da questo giornale era stata pubblicata nel corso degli anni. Mentre dicevo queste cose notai che l’amico console aveva smesso di mangiare e mi fissava. Che strano! Continuai a parlare di un viaggio che Moravia aveva fatto in Gabon. Nel suo articolo Moravia descriveva una pista di laterite rossa che si addentrava nella foresta pluviale, ricordava come il colore rosso della pista si stagliata su quello verde cupo della foresta e vedeva la pista come una ferita aperta nel cuore verde della foresta. Secondo il racconto ad un certo punto Moravia si stancò dei sobbalzi della Land Rover sulla pista e fece fermare il veicolo per fare una sosta ad un piccolo villaggio. Fu allora che lo scrittore fu avvicinato da un Europeo (nel testo di Moravia non si desume ch'era un italiano), venne avviata una conversazione, emerse che lo sconosciuto era un ecologo che si occupava della salvaguardia delle foreste. Non feci a tempo a finire il discorso, perché l’amico console seduto di fronte a me quasi saltò sulla sedia ed esclamò: ‘Ero io! sono io! l’ecologo ero / sono io! è in quel villaggio che ho conosciuto Alberto Moravia!' Porca miseria. L’amico console era una persona di grande sensibilità e una sua caratteristica era di pensare e agire in modo uterino. Il fatto che io fossi al corrente di quell’incontro tra Moravia e il console, senza sapere chi era quel lui, e tutto questo solo per averlo letto sul giornale, riportava alla sua memoria l'eccezionalità di quell’incontro, stabiliva un legame di fratellanza culturale fra Moravia, lui e me (!), e finiva per gettare un ponte di liane fra tre personaggi della foresta, uno illustre ed ormai entrato nel Parnaso dei maggiori scrittori mondiali, un bizzarro console del Gabon, e alla fine, vedi vedi, me stesso.
Al tavolo di ristorante che occupavamo c'era una sedia vuota. Era come se vi fosse seduto Alberto Moravia, con i suoi occhietti spiritati e le sue sopracciglia a cespuglio che si muovevano mentre parlava. Moravia era lì con noi anche senza esserci. Era il nostro convitato di pietra.

Dahab

nei giornali di questa mattina leggo che tre turisti italiani sono morti in un incidente stradale a Dahab, località turistica della penisola del Sinai situata a nord di Sharm-el-Sheikh, sulla litoranea che va a nord verso il confine israeliano. Ricordo che su questa riviera si sono verificate in passato altre sciagure piccole e grandi che hanno coinvolto turisti. Le esplosioni di bombe messe da attentatori provocarono morti a Sharm e all'Hotel Hilton di Taba, centro balneare a ridosso della frontiera e dirimpettaia alla cittadina israeliana di Eilat. Una persona che vive a Dahab e che conosco da tempo ogni tanto mi informa via e-mail di altri fatti minori che hanno rovinato
le ferie a più di un turista. Dahab era un villaggio beduino che negli anni 70 era diventato un centro hippy frequentato da giovani europei ed israeliani, poi ha seguito una vocazione turistica più commerciale e si è riempito di alberghetti e ostelli, e poi alla fine di hotel a 4 e 5 stelle. In Dahab io trascorsi un periodo abbastanza lungo quando la vita lì era ancora abbastanza quieta e c’erano solo soprattutto centri di immersione subacquea e ristorantini tipici affacciati sul mare. Dahab in arabo significa ‘oro’. A Dahab feci conoscenza con Achmed, un signore che aveva la sua casa al Cairo, ma durante la stagione turistica si trasferiva a Dahab con moglie e figli, maschi e femmine. Achmed e la sua famigliola vivevano in una bruttissima casa nelle retrovie di Dahab, in un paio di camere il tetto era scoperchiato, i mobili erano quasi inesistenti, i tappeti erano di
plasticone colorato fatti forse in Cina e comprati a buon mercato. Achmed, moglie, figlie e figli cucinavano, mangiavano e soggiornavano per terra, seduti su questi tappeti colorati. Forse ci dormivano anche, mettendo prima sopra un materasso di schiuma e un lenzuolo. Tutto intorno alla casa c’era una periferia lebbrosa, senza fognature, con mucchi di rifiuti gettati agli angoli delle strade, che il vento del deserto portava ovunque. Le capre erano dappertutto e brucavano sui mucchi di rifiuti. Vedi Dahab e poi muori. Achmed aveva preso in affitto un negozietto monoluce dall’intonaco
slabbrato, ma situato in buona posizione sul lungomare dove passeggiavano i turisti. E' a questi turisti Achmed cercava di vendere i suoi flaconcini di profumo immagazzinati alla meglio nel suo negozietto ed esposti in malo modo nella sua unica vetrinetta. Quando agganciava qualche turista e
riusciva ad adescarlo all’interno del negozietto, Achmed si lanciava in perorazioni incendiarie per esaltare la genuinità dei suoi profumi, ‘distillati dai fiori delle oasi più sperdute d’Egitto’. In realtà non a tutti è noto che
nelle oasi d’Egitto non ci sono fiori. Achmed riceveva con regolarità la visita di un commerciante del Cairo che gli vendeva bottiglie di alluminio contenenti essenze sintetiche prodotte a Grasse, Francia, e importate via Alessadria, oltre ad altre bottiglie di alluminio che contenevano diluenti. L’operazione di miscelazione (Ahmed piccolo chimico) avveniva sul r etro del negozietto, per terra, senza tappeti. Achmed aveva un occhio solo funzionante, l'altro occhio era una sfera di colore bianco lattiginoso. Vestiva
sempre e solo un jallabah bianco un po’ sudicio, aveva sempre una barba di 5 giorni, però non se la faceva crescere di più, forse per non sembrare un musulmano molto praticante. In effetti Achmed non era praticante: non andava alla moschea il venerdì, non faceva Ramadam, per motivi di 'salute', diceva lui, all'occasione beveva alcolici e fumava in continuazione. A parte questo Achmed era il più saggio, estroverso, vissuto e umoristico personaggio che io conoscessi nel Sinai. Achmed era fatalista e non si preoccupava di nulla al mondo. Se c’era un problema, la sua frase preferita era ‘we shall fix it’. Qualsiasi cosa poteva essere regolata, fissata. Fix, fix, fix.
Achmed era cordiale e buono e, nonostante le sue condizioni economiche poco allegre, ancheanche incredibilmente generoso. Mi ero affezionato ad Achmed. Durante il mio soggiorno a Dahab il cielo rimase grigio e
leggermente nuvoloso solo per un paio di giorni. Si diceva che ci fosse eccezionalmente stata pioggia all’interno del Sinai, all'incirca nella zona del monastero di Santa Caterina. Ricordo che poi tornò il sole a picco, quella
mattina uscii dal mio alloggio-bungalow per passeggiare verso il centro del paese. In prossimità dello 'ouadi' in secca vidi una folla di persone che bloccava la stradina del lungomare. Tutti guardavano davanti a sé, apparentemente verso l'altra parte del ouadi. Il muro di persone, turisti e
locali, era talmente fitto che io non riuscivo a vedere che cosa stessero guardando. Un passante a cui chiesi mi rispose che c’era dell’acqua.
Acqua? Improvvisamente dalla folla si levò un grido e tutti si misero ad arretrare confusamente, e poi a correre verso di me. Che cosa stava succedendo? me lo raccontarono dopo, quando tutta quella storia finì. Il giorno prima era piovuto all'interno del Sinai. Come sempre succede nelle zone desertiche, l'acqua piovana si raccoglie nelle 'ouadi', poi comincia ad accumularsi e a correre verso il mare. Il terreno non l'assorbe e la fiumana ingrossata può percorrere distanze impensabili, sempre cercando il mare. Nel frattempo ero tornato al mio bungalow e qui il proprietario degli alloggi stava tranquillizzando un gruppo di turisti israeliani sulle possibilità che l'acqua arrivasse fin lì. Stava dicendo 'non c'è alcun motivo di preoccupazione, lo sbocco del 'ouadi è a 200 metri da questo villaggio e qui siamo all'asciutto', quando da sotto il portone nord del villaggio un liquido color marrone cominciò a tracimare e ad avanzare tra i bungalow, poi si udì un colpo violento, il portone si spalancò di colpo come forzato
dall’esterno ed un’ondata di piena di acqua e terriccio grigio-marrone invase il posto, sempre più alta e sempre più potente. Una inondazione nel deserto!
Ero senza fiato. Le esortazioni del proprietario continuarono ancora un po’, poi cessarono del tutto, ci fu un fuggi-fuggi generale del personale e dei
turisti. Lo ouadi si era sfondato su un fronte di 200 metri verso nord e l’onda di piena era arrivata fin lì! In situazioni anomale succede che i pensieri più strani si affaccino alla mente. In quell'istante mi venne il pensiero che non avevo ancora fatto colazione. E’ incredibile come nelle
situazioni di emergenza la ragione analitica rimanga abbastanza imbranata, e con quanta prontezza invece si attivino l’intuito e tutta una serie di riflessi condizionati. Come se qualcuno mi avesse impartito un’istruzione ben
precis, entrai di colpo nella mia stanza, recuperai subito i miei documenti, impacchettai in un lampo il mio bagaglio compresi i miei libri, uscii dal bungalow mentre la fiumana marrone già arrivava al ginocchio e issai tutte le mie cose sul tetto a terrazza della struttura. Poi mi issai anch’io, rimasi in piedi sul tetto-terrazza e guardai verso lo ouadi. Questo aveva rotto il suo argine nord, la piena dell’acqua aveva investito la periferia del villaggio e gli impianti turistici a partire dal suo sbocco originario a mare su di un fronte di forse 300 metri. Retrovie di Dahab e frontemare erano ora invase da una fiumana color terra che aveva spazzato case, palme, stradine. Una parte di Dahab era sott’acqua, dalla mia posizione sul tetto vedevo le altre persone che si erano rifugiate sui tetti delle loro case, contemplavo lo scempio tutto attorno. Guardando verso nord, dove c’era la casa di Achmed, vidi che l’inondazione non era arrivata. Achmed e la sua famiglia erano rimasti
all’asciutto. La forza del fronte d’acqua che veniva dal deserto prese a scemare solo verso il pomeriggio, io scesi dal tetto terrazza per mangiare e bere qualcosa. Era la prima volta che facevo colazione alle 17:00. Il giorno dopo rividi Achmed e gli dissi quanto era felice che l’acqua non fosse arrivata fino alla sua casa. Ero costernato a vedere il villaggio di Dahab mezzo disastrato, la stagione turistica rovinata, le case incrostate di fango
bagnato, le strutture degli impianti turistici spazzati a mare, la stradina del lungomare distrutta. Achmed non si scompose molto e tra un tiro e l’altro di sigaretta disse solo: ‘no worry, they will fix it, they will fix it’.

Grazie, non fumo

Ero in viaggio in un’area della Tailandia del nord compresa all’incirca tra Chiang Mai e Chiang Rai, non lontano dal cosiddetto triangolo dell’oppio (mamma, che brivido), cioè la regione tailandese confinante con Myanmar e con Laos. Per visitare meglio la zona, in una cittadina noleggiai una motocicletta Yamaha 125 a due tempi e partii gasato e rombante come solo avrebbe potuto partire Cyril Neveu a cavallo della sua Yamaha Enduro XT500 per la Parigi-Dakar del 1980. Viaggiare in moto in Tailandia è un’esperienza bellissima, ma a patto di non cadere mai dalla moto. Lapalissiano, vero? L’altro inconveniente è che viaggiare in moto su quelle strade, e poi sulle piste non asfaltate, può essere divertente per i primi 45-50 km, poi diventa una galera. E’ per questa ragione che, trovandomi in una zona relativamente disabitata di colline ricoperte di giungla verde e sentendomi stanco, mi arrestai quando vidi che ai piedi di una collinetta più bassa nel mezzo di una radura sorgeva una grande costruzione di legno, probabilmente di teak, sormontata da un tetto spiovente di fibre e foglie di palma. La costruzione aveva tutt’intorno un patio di tipo coloniale sul quale qualcuno aveva sistemato panche e amache. Osservando più da vicino mi accorsi che quello strano casone era in uno stato malandato, come se non ci abitasse nessuno. In effetti non si vedeva anima viva e non si udiva neanche un rumore. Tutt’intorno la giungla con qualche uccelletto che cantava. Poi l’uscio di legno del sinistro casone si aprì scricchiolando (e dalli con gli effetti da brivido) e ne uscì un tailandese anziano, malvestito e con la bocca sdentata, ma sorridente. Naturale, in Tailandia tutti sorridono, anche se stanno per ucciderti. L’anziano signore agitò la mano per invitarmi ad entrare, io esitavo, ma lui continuava ad agitare la mano e a sorridere. Notai che un paio di denti gli restavano, ai lati della bocca. Alla fine entrai, l’interno era ancora più malconcio dell’esterno, c’erano varie camere semibuie, poi vidi delle specie di loculi separati da stuoie vegetali. C’era foschia nell’aria umida delle stanze e c’era uno strano odore di non sapevo cosa. Poi vidi che straiati su stuoie lerce in un paio di quei loculi c’erano due corpi di uomini scalzi che sembrava dormissero. O forse erano morti? Il mio fastidio diventò malessere, e in quel momento capii che non mi stavo più divertendo. Chi diavolo erano quei corpi, chi era quel vecchio bavoso e che cosa era quel casone? Poi l’anziano raccolse da una stuoia un cilindro allungato di legno chiaro e me lo porse, il cilindro aveva una imboccatura ad un lato e un caminetto all’altro e assomigliava ad un calumet o pipa lunga degli indiani d’America. Forse era l’afa tropicale o forse era la stanchezza del viaggio in moto, ma perché mai ci misi tanto a capire che quel tubo di legno era un chillom e quel casone era una fumeria d’oppio? Oppio! non l’avevo mai provato (questo sia ben chiaro) e, come diceva Oscar Wilde, se c’è una cosa a cui non so resistere, questa è la tentazione. E poi se non conosci il male come fai ad evitarlo ? (questa non ricordo chi l'ha detta).
Valeva quindi la pena, forse, di provare a fare un paio di tiri di chillom, sdraiato anch’io sulla stuoia del terzo loculo. Mi sarebbero venute delle visioni oppiacee, avrei visto delle cornucopie di frutta, cascate di perle sarebbero zampillate giù da scalinate di cristallo che scendevano direttamente dal paradiso, là dove mi attendevano 72 vergini. Lo so che queste appartengono ad una diversa interpretazione del paradiso, ma chissà che nell'empireo buddista ci fosse qualcosa di simile? Poi mi vennero dei dubbi: gli imprevisti, l’imponderabile. Ed ecco che mi sentii trasformato in Paperino, quando in cima al fumetto da un lato appare un paperino più piccolo e rosso che impersona un diavoletto, e dall'altro lato un paperino che fa da angioletto. Uno diceva: resta qui e fuma il chillom, l’altro replicava: non fare sciocchezze, quando ti sei ben messo a fumare e sei intontito, dalla stanza accanto sbucheranno due figuri delle triadi tailandesi che ti toglieranno soldi e passaporto, quest'ultimo buono da vendere al mercato nero. I due delle triadi sono esperti di kick-boxing e non si fermano di fronte a nulla, dopo avermi spogliato di tutto si consultano. La sua moto? Già provveduto. E di lui che facciamo? Non so, ma ho visto che è solo e non ci sono testimoni. Bene, allora facciamolo sparire. Poi i due mi passano intorno al collo un filo di ferro, io sorrido senza capire bene perché l’oppio mi ha ottenebrato la mente, i due ceffi annodano i capi del filo di ferro e cominciano a tirare. Durante l'operazione i due non smettono di sorridere, con quei loro occhietti da nazista.
Alla fine paperino angioletto ebbe la meglio, io declinai l’invito dell’anziano che stava sempre di fronte a me tendendomi il chillom, uscii dal casone, avviai la motocicletta e me ne andai.

Bali

che ci siano dei limiti alle capacità di integrazione di un viaggiatore in paesi che hanno usi e costumi diversi è un fatto che non tutti ammettono. Si ha un bel dire ‘quando sei a Roma etc’ ma anche con la migliore buona volontà questo non è possibile. In Bali, isola dell’arcipelago indonesiano situata fra Giava e Lombok, gli usi e costumi dei suoi abitanti sono originali e diversi anche rispetto al resto dell’Indonesia. La religione è la versione balinese dell’induismo importato nel paese in epoche lontane e poi emarginato dalla religione musulmana. Bali è l’isola delle danze delle fanciulle sacre, degli uomini che rievocano la pantomima di Hanumam, il dio-scimmia, dei templi sormontati da un portale a due strutture sinuose ai lati e rettilinee al centro. Il questo interstizio simbolo del passaggio dall’umano al divino sacerdoti e dragoni fanno la loro comparsa e prendono a danzare al ritmo di strumenti a percussione che hanno sonorità metalliche e arcane. Bali è sede del monte Agung, che a suo volta è sede dell’Olimpo Hindu e dimora di una fitta schiera di dei, semidei e demiurghi di vario genere. Il monte, ex vulcano spento, è sacro, le sorgenti che sgorgano dalle sue pendici sono sacre, come lo sono le risaie che le acque inondano, la vegetazione che ammanta le colline, e tutta la cosmologia che da vulcano, acque, terra e piante gli abitanti di Bali hanno derivato. In Bali tutto è sacro, il visitatore deve essere quindi avvisato che difficilmente riuscirà a vedere, toccare, calpestare, udire o anche solo odorare luoghi, persone, oggetti, immagini e simboli che non siano invariabilmente sacri. La festa di suoni, colori e aromi stordisce e incanta chi non l’ha mai vista e le meraviglie dell’isola non smettono di provocare, da trent'anni a questa parte, una fiumana di turismo barbaro che minaccia di ridicolizzare il tutto. All’interno dell’isola si trova il villaggio degli artisti di Ubud, dove ogni giorno si ascoltano i cimbali che accompagnano i frequenti riti, le processioni sacre, i matrimoni e i funerali. In Ubud io stavo soggiornando da un paio di settimane ed il fatto che lo riporti qui è pretesto per la narrazione del banale anneddoto che segue. In Ubud durante il giorno seguivo i riti e le processioni che riuscivo a rintracciare, di notte al tempio non avevo altri occhi e orecchie se non per le danze sacre delle fanciulle dalle dita che si muovono come petali e degli uomini che evocano il dio-scimmia. Ubud era diventata la mia fissazione ed anche una pericolosa assuefazione dei sensi e del cervello. Fu così che un giorno decisi di visitare il resto dell’isola e per primo il monte sacro Agung. Noleggiai un jippino Suzuki perché l’idea del veicolo tuttoterreno faceva scattare il riflesso condizionato dell’avventura da brivido. Rimasi deluso quando esaminando la scocca da sotto notai con sorpresa che mancava il treno anteriore, in altre parole la trazione era solo posteriore. Il noleggiatore mi spiegò che quel modello è importato in Indonesia di serie con la sola trazione posteriore. Mi sembrò una trovata leggermente da bidone, ma tant’è, Bali non è l’Africa e le sue strade sterrate sono facilmente percorribili. Partii e in giornata arrivai in vista del monte Agung. Mi trovai così a contemplare un cono scuro e austero che si stagliava sul cielo dell’orizzonte settentrionale dell’isola. La vista era impressionante, e a questa sensazione contribuiva certo il sapere che lassù abitavano gli dei. Ripensai all’allegro pantheon Hindu e alla sua immagine riprodotta ovunque nella iconografia classica di questa religione. Il dio Shiva è in primo piano, la sua pelle è blu, ha anelli alle caviglie e bracciali ai polsi, il capo è riccamente adornato. Shiva ha un aspetto femmineo, suona un flauto traverso mentre una dea a lui subordinata lo osserva con rapimento. Una folta schiera di altri dei, tra cui Parvati, circonda premurosa e sorridente Shiva, il dio di tutti gli dei. Ai suoi piedi è accovacciato Hanuman, il dio-scimmia, la testa levata in alto con devozione. Nella mia barbarie agnostica ho sempre associato la figura di Shiva a quella di un playboy circondato da uno stuolo di conigliette...
Terminata la contemplazione del monte Agung mi diressi ad un locale dove servivano cibo balinese, mi sedetti e dopo qualche minuto mi portarono un piatto a base di riso. Mentre mangiavo, un uomo seduto al bar girò il suo sgabello verso le tavole del ristorante e cominciò a discorrere con altri commensali che stavano mangiando. Dopo un paio di frasi l’uomo scaracchiò e sputò in terra, poi riprese la conversazione. Terminato un suo giro di frase, l’uomo di nuovo scaracchiò e sputò in terra. Io stavo mangiando, e con apprensione capii che i due sputi non erano una eccezione, ma facevano parte della conversazione, erano per così dire strutturali al modo balinese di fare conversazione. Soltanto in seguito venni a sapere che sputare serve a cacciar via gli umori e gli spiriti cattivi, o qualcosa del genere. Troppo tardi! L’uomo parlava e sputava in terra, continuamente, con regolarità e naturalezza. La tensione in me montava, mi dicevo che dovevo adattarmi agli usi locali, ma proprio non ci riuscivo. A un certo punto uscii dai gangheri, mi alzai e mi rivolsi all’uomo con garbo ma in modo deciso: ‘per favore, la vuole smettere di sputare in terra davanti a me? non vede che sto mangiando…’ La persona sembrava stupita ma per niente offesa. Smise di scaracchiare, fece qualche commento, io finii di mangiare il mio riso. Uscendo dal ristorante non capivo se mi ero comportato bene o male. Guardai in alto verso il monte Agung, e in quel momento mi parve di udire un lontano rumore affievolito dalla distanza. Tesi l'orecchio. E poi compresi: lassù gli dei, Shiva, Parvati, Hanuman e tutti gli altri, stavano ridendo.

Bidonvilles africane

Fare del turismo nell’Africa sub-sahariana non presenta particolari problemi di sicurezza a condizione di soggiornare in zone rurali o centri abitati minori. Le città invece possono diventare giungle urbane pieni di sorprese. Ecco qui un paio di esempi di raggiri in cui il turista europeo può incappare. A Nairobi, Kenya. Cammino sul marciapiede affollato di una strada del centro cittadino (Yomo Kenyatta Centre), un oggetto biancastro ruzzola in terra di fronte a me, l’oggetto sembra essere caduto dalla persona che mi cammina davanti. Mi chino e lo raccolgo, è una grossa busta rettangolare tenuta insieme da elastici, mentre affretto il passo per avvertire la persona che ignara continua a camminare lo sguardo mi si posa su dei caratteri stampati in neretto sul retro della busta. Vedo che è una distinta di numeri, questi sono importi in dollari e scellini keniani, al tatto sento che la busta è rigonfia di carte. Come scottato lascio cadere la busta sul marciapiede. Una persona che mi camminava a fianco e che solo ora noto raccoglie la busta, getta un’occhiata alla distinta di valute e subito mi mette una mano sull'avambraccio. Questi eventi si susseguono nel giro di brevissimi istanti tanto da sembrare simultanei, la mente è impreparata e non riesce a imbastire un giudizio chiaro su ciò che sta accadendo. La persona davanti a me, quella che deve avere perduto la busta, continua a darmi le spalle ed ora si sta allontanando, il compare che ho a lato e che mi tiene l’avambraccio mi sussurra: 'facciamo a metà'? La razionalità continua ad essere offuscata ma l’intuito, alimentato dalla somma di esperienze della vita di uno che non è nato ieri, comincia a illuminarsi della stessa luce che si intravede in fondo ad un tunnel. L’intuito ora mi urla ‘imbroglio’! Libero l'avambraccio dalla mano del mio complice del furto, mi allontano, cerco di confondere tutta la mia bianchezza nella folla nera che brulica nel Yomo Kenyatta Centre. Il sole è allo zenit nel cielo ma non scotta, l'aria è frizzante, Nairobi è a cavallo dell’equatore ma con i suoi 1600 metri di altezza ha un clima da sogno. Io però guardo poco il paesaggio urbano circostante, ripenso all'accaduto e continuo a ripetermi come un disco rotto che non sono nato ieri. I due della scam, della combine, della fregatura, lavoravano certo d’accordo. Non so bene come, ma se io avessi accettato di spartire quei soldi, ad un certo punto il jolly crudele sarebbe scattato fuori a molla dalla scatola, il tale che fingeva di aver perduto la busta sarebbe tornato indietro, avrebbe minacciato denuncia, il complice avrebbe testimoniato contro di me, poi avrebbero proposto di non sporgere denuncia in cambio di denaro, di tanto denaro, e la trappola si sarebbe richiusa su di me sotto forma di estorsione. Se non proprio così, le modalità della fregatura avrebbero avuto un andamento analogo. Importante per gli artisti da marciapiede di Nairobi sono le grandi linee del copione, il resto può essere improvvisazione.
Esempio di raggiro numero due. Aeroporto di Douala, Cameroun. A questa fregatura è difficile sfuggire perché è fatta a imbuto, come l'entrata di una nassa per intrappolare pesci. Chi la mette in opera sono agenti aeroportuali con distintivi, tessere e cartellini, e con quelli c'è poco da fare. Il mio aereo per l'Italia sta per partire, stanno imbarcando i passeggeri, mentre mi affretto a mettermi in coda vengo invitato ad un controllo supplementare. In una stanzetta un ufficiale di dogana ed uno di polizia mi chiedono di dichiarare il contante che ho con me. Il tempo stringe, un altoparlante ripete la chiamata per l'imbarco, io non ricordo quanto contante ho con me e non voglio mettermi ad aprire buste e portafogli. Rispondo che non so quanti soldi ho addosso, l'ufficiale insiste perché io dica una cifra, e aggiunge ‘una cifra qualunque’. La genialità del raggiro risiede nella parola 'qualunque’. Dichiaro un importo approssimativo di contante che stimo di avere e la trappola scatta. Il click non lo sento io, lo sentono loro. Ora i due mi ingiungono di vuotare tutte le tasche per verificare che io abbia realmente quella somma. Protesto replicando che mi parte l'aereo, ma i due sono irremovibili (non posso sapere che l’aereo non partirà senza che il pilota abbia ricevuto un OK via radio proprio da uno due, per l'esattezza il poliziotto grande arrotondatore di stipendi). Vuoto le tasche, vuoto il portafoglio e le buste, tutti e tre contiamo i soldi, la cifra ovviamente non può quadrare con quella che ho azzardato prima ed ora i due mi accusano di falsa dichiarazione ad ufficiali della Repubblica del Cameroun. Dovrò pagare una multa di xy CFA o di valuta estera, sul posto, immediatamente e nelle loro mani. La cifra è enorme, equivale a mezzo stipendio camerunese di un mese, scatto in piedi come una molla, il furore mi sale alla testa, gli occhi mi diventano fessure. Ho capito la scam, che lì si chiama 'magouille'. L’epilogo della scenaggiata però è tutto mio. Anche in questo caso l'aiuto non può venire che dall’esperienza in cose africane, permettete. Mi siedo di nuovo davanti ai due, mi fingo rilassato, annuncio che non verserò un solo CFA, l'aereo parta pure, io ritornerò in città e ripartirò la settimana prossima. Il mio bagaglio già nella pancia dell’aereo? che parta pure, lo ritroverà a Malpensa fra 7 giorni. E aggiungo: la mia azienda si farà viva con voi signori per sapere perché non sono partito, il grande chef non sarà contento, qualcuno vorrà spiegazioni. E poi aggiungo il finale: signori, non mi dispiace se non parto ora, stasera all'Aqua Palace di Douala (Hotel 5 stelle con discoteca dove suonano i migliori artisti del Cameroun) è di scena l’artista xy. I due sono stupiti, la radio gracchia un messaggio dall’aereo dove l’equipaggio attende un passeggero in ritardo, ci sono attimi di esitazione, poi arriva la soluzione. Il poliziotto lancia un latrato dentro la radio, poi un altro latrato a me: ‘raccolga le sue cose e si tolga dai piedi’. Mentre nel tunnel d’imbarco mi dirigo verso l’aereo, che ora ha i motori che fischiano, non affretto il passo, so che mi stanno aspettando e che farò un ingresso in cabina in stile VIP.

Komodo

...l'isola dei varani. Alcuni anni fa visitai quest'isola dell’arcipelago indonesiano, arrivandoci con una specie di vaporetto, insieme ad una comitiva di turisti. Volevamo vedere i famosi varani giganti e non stavamo nella pelle per la curiosità. Komodo è un’isola piatta e semiarida, c’erano acacie in giro, il colore dominante era un giallo che sfumava nel rosso lateritico. Ci incamminammo in fila dietro il guardiano del parco indonesiano e arrivammo ad una radura gialla e ricoperta di arbusti. La guida puntò il dito verso il centro e i bordi della radura e fu così che avvistammo i varani, lucertoloni preistorici, alcuni immobili al sole, altri che si muovevano pigri fra gli arbusti con un movimento apparentemente scombinato delle zampe anteriori e della coda. Ad un lato della radura c’era una palizzata di legno bassa e al di là di questa c’era una macchia più folta di arbusti. Nel momento in cui la guida puntò il suo dito verso la macchia di arbusti, da questi uscì un varano di grandi dimensioni, dondolandosi e scodinzolando in modo scombinato. Era uno splendido rettile grigio con la pelle d’iguana, che ora si era immobilizzato contro la rete della bassa palizzata. Mi sentivo stanco, quindi lasciai che la comitiva seguisse la guida che si allontanava per mostrare altri esemplari e rimasi solo ad osservare il grande varano king kong. Fu allora che mi venne un'idea. A volte succede che il caldo e la stanchezza, sommate alla scarsità d'informazioni che si ricevono, inducano a fare cose strane. In realtà sono scuse sempre deboli, che non legittimano a combinare tutta una gamma di sciocchezze che vanno dalla semplice idiozia alla balordaggine senza confini. Percorsi i metri che mi separavano dal varano-ciclope e mi accovacciai a terra proprio di fronte a lui. Tra noi due, complici in una piccola avventura fatta di stupidità e di ferocia, solo una maglia di rete. Il corrimano in legno della transenna non era più alto di un metro. Era proprio una bestia enorme e squamosa, dal foro al centro del muso affilato ora usciva una lunga lingua vermiforme, biforcuta, da serpente. O da demonio! L’occhio della bestia era neutro, da sauro che aspetta non si sa che cosa. Passò un certo tempo, poi la mia visita fu interrotta dalla voce del guardiano che chiamava nella mia direzione. Il gruppo aveva terminato il breve giro ed era tornato alla radura. Salutai il varano immobile, mi alzai e raggiunsi il gruppo. Il guardiano mi spiegò che non mi era permesso avvicinarmi in quel modo agli animali, che la rete era un riparo solo per così dire simbolico. Aggiunse che le bestie non sono per niente tranquille quando non hanno mangiato. Il varano anoressico! Ricordo che l'indonesiano pronunciò anche quella frase ‘they can jump’, che mi svegliò del tutto dal mio torpore di turista tropicale con la camicia a fiori. Il guardiano disse anche che a lui e ai suoi colleghi guardiani non era permesso portare armi da fuoco. In caso di attacco alle persone, anche se turisti, la legge indonesiana proibiva a chiunque di ferire o uccidere i varani. Sono una specie protetta, aggiunse.

Emozioni balistiche

una proposta per le ferie natalizie: soggiorno a Punta Cana, Repubblica Dominicana, là dove le spiagge sono di corallo bianco e il mare è blu cobalto, più escursione e visita alla capitale, Santo Domingo. Qui da non perdere è una serata alla discoteca 'Guacara Taina', dove le emozioni possono addirittura diventare esplosive. La discoteca è situata nella zona ovest della città, è meglio non andarci prima delle 23:00, e non a stomaco vuoto per reggere meglio i cuba libres. Un ‘truquito’ che imparai a suo tempo era di andarci dopo avere mangiato una quantità di pane o pizza. All’ingresso della discoteca non lasciatevi suggestionare dal cartello che recita: ‘Se prohibe la entrada con armas de fuego’. Si tratta di una formalità e pochi ci badano, ora vi spiego come. La prima volta ci andai accompagnato da conoscenti dominicani, varcato l'ingresso mi dissero ‘vieni, ora scendiamo’. Scendere? La ‘Guacara Taina è una grotta sotterranea!, anzi tre grotte sovrapposte in posizione sfalsata nel sottosuolo. I pavimenti sono ricoperti da stalagmiti, dalle volte delle grotte pendono meravigliose stalattiti, pavimento, pareti e volte sono ricoperte da umidità naturale illuminata dalle luci stroboscopiche con tutti i colori dell'iride. Per il visitatore che vede la Guacara per la prima volta questa discoteca è uno schianto. In effetti questa è la più lussuosa discoteca di Santo Domingo, e forse una delle più originali al mondo. Quella mia prima serata fu da ricordare, perché verso la una del mattino, mentre ci trovavamo nella grotta intermedia, la più grande, e proprio mentre risuonavano le note dei ‘Cuatro y Cuarenta’ di Juan Luis Guerra, si udì una serie di detonazioni da sparo che provenivano dalla grotta più bassa. Non so dire come, ma tra le grida di signore impaurite e fuggi fuggi di tutti quanti, in un baleno la pista della disco rimase completamente vuota. Dov’erano finiti tutti? Nascosti dietro le stalagmiti? appiattati in qualche anfratto? Dal soffitto pendeva un grosso globo roteante di metallo scuro, irto degli aculei delle luci psichedeliche. Sembrava una mina della marina militare dominicana. Insieme al globo roteavano tutte le sue luci stroboscopiche, e a questo vortice di luci si incrociava lo sciame di puntini luminosi di un altro globo rotante, ricoperto da lustrini a specchio. Le note dei 4 y cuarenta intanto continuavano nitide e distinte come prima. La sala era vuota, e in quella strana solitudine piena di suoni e di luci che si muovevano come fantasmi ascoltai fino in fondo una delle più belle ‘salsas’ del momento. Talmente bella che riuscii a memorizzarne le parole:
‘Nos encontramos una tarde / bajo el sol de Primavera / Tú caminando entre mis pasos, yo vistiendome en tus huellas / Y nos amamos cara a cara / Y nos besamos en la calle / Y tanto amor se fué fundiendo / Que ahora no puedo olvidarte / Mil razones para amarte / tu eres mi razón primera...’